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martedì 1 aprile 2008

Corriere. "L'ultima tentazione: un aiutino a sinistra"

Sembra essere davvero un'«alternativa un po' spericolata », come l'ha descritta Stefano Manichini su Europa. Così spericolata che in Toscana la Sinistra Arcobaleno e il Partito Democratico glissano e si appellano alla coerenza politicamente ultracorretta. In sostanza: chissenefrega dell'aiutino. Il problema nasce dalla legge elettorale, il così detto «Porcellum». Il direttore di uno dei due quotidiani vicini al Pd (l'altro è l'Unità), ha proposto ai democrat di aiutare la sinistra arcobaleno e l'Udc a raggiungere il quorum al senato nelle regioni dove Berlusconi è svantaggiato. Il Senato infatti, come ha dimostrato la scorsa legislatura, è la chiave di volta della stabilità parlamentare.
La Toscana elegge 18 senatori. Il Pd, in una terra sicura come la nostra, avrebbe comunque 10 senatori, sia se prendesse oltre 800 mila voti (40%) sia se superasse il milione di voti (oltre il 55%). Complessivamente però il risultato del centrosinistra dipende dal risultato della Sinistra Arcobaleno. Se la sinistra pacifista prendesse quasi 500 mila voti (22%), le toccherebbero ben 3 senatori. Se invece ottenesse 150 mila voti (7%), potrebbe avere soltanto un senatore. In sostanza: alcuni elettori di W., in ottica utilitaristica, potrebbero barrare il simbolo dell'Arcobaleno per aiutare Bertinotti a superare il quorum dell'8% e diminuire la quota destinata al Pdl. Idea che per altro anche il manifesto di Firenze aveva descritto qualche giorno fa.
Nel centrosinistra toscano però, alle invocazioni al voto utile e a quello disgiunto, prevale l'appello al Presidente della Repubblica. Dice Riccardo Nencini (Ps): «Mi appello a Napolitano, garante della Costituzione, perché l'articolo 48 della nostra Carta fondamentale non sia calpestato». E aggiunge: «Tra appelli al voto utile e organizzazione del voto disgiunto si rischia di privare il cittadino della sua libertà fondamentale a scegliere consapevolmente ed autonomamente i partiti da votare».
Anche Vannino Chiti, ministro per i Rapporti con il Parlamento (Pd), è sulla stessa lunghezza d'onda: «Io chiedo un voto per il Partito democratico alla Camera e al Senato, perché sono convinto che il Pd abbia la possibilità di vincere le elezioni. Bisogna conquistare quel 30% di indecisi da cui dipenderà il risultato delle elezioni ». L'onorevole Valdo Spini (Ps) è quello che reagisce più positivamente alle ipotesi del voto disgiunto. «Se queste voci sono vere — dice — è tutta acqua al mulino del Partito socialista. Ritengo però che abbia ragione il Presidente Napolitano. Non esiste un voto inutile, esso è utile rispetto a chi lo dà e non rispetto a chi lo riceve. Aggiungo anche che se il nostro partito dovesse ottenere un risultato importante, superando la soglia di sbarramento, allora dopo le elezioni si potrebbe iniziare a pensare una nuova forza politica, che potrebbe chiamarsi Partito dei democratici e dei socialisti ».
Fra tanta saldezza politica, viene da chiedere all'inventore dell'«aiutino», Menichini, che reazioni ha avuto. «Dentro il Pd — spiega — l'idea da noi lanciata non viene coltivata. Sia ben chiaro però che noi non abbiamo dato un'indicazione di voto, ci siamo limitati a porre in evidenza una cosa di cui nelle stanze dei bottoni si discute sottovoce. La nostra è un'operazione giornalistica, che vuol mettere in evidenza una verità, e cioè che bastano pochi voti per far perdere seggi al Pdl». Il politologo Gianfranco Pasquino, però, che accusa Menichini «di essere un copione, perché ne avevo già scritto io dieci giorni fa», rivendica la primogenitura del voto disgiunto. Dice il professore, che risponde al telefono mentre sta preparando un risotto e non ha molto tempo da dedicarci: l'unico «voto utile » (a ridurre le probabilità di vittoria di Berlusconi al Senato) è «votare Pd alla Camera e Sinistra arcobaleno al Senato. Così farò in Emilia Romagna e così mi auspico che le persone di sinistra facciano in Toscana ».
Ma torniamo in Toscana. L'ex segretario della sinistra giovanile Patrizio Mecacci (Pd) è sulla linea Chiti. Spiega: «È una questione di coerenza. Restiamo convinti che la sfida sia vincere in Toscana, portando acqua anche nelle regioni dove la sinistra tradizionalmente è in vantaggio. Più che discutere del voto disgiunto, bisogna combattere l'astensionismo, aumentando il numero degli elettori. Il dibattito in corso, complice, beninteso, la sciagurata legge elettorale, diminuisce la chiarezza del voto ». Anche Niccolò Pecorini, segretario del Prc toscano è molto istituzionale: «Io la penso come il presidente Napolitano. Tutti i voti sono utili. La favola secondo cui ci sono voti utili e inutili si sta svelando un inganno. Quanto al voto disgiunto, se gli amici del Pd decidono di votarci, meglio tardi che mai. Però rivendico il voto a sinistra, perché noi siamo la vera alternativa. Non è obbligatorio arruolarsi nel-l'esercito di Veltrusconi».

David Allegranti - 29/3/ 2008

Corriere. "Meucci: da San Frediano alla conquista del mondo. Con un telefono"

Quasi duecento anni fa, il 13 aprile 1808, nasceva a Firenze Antonio Meucci, l'inventore del telefono, una delle più grandi personalità scientifiche del XIX secolo. Vasto il programma delle celebrazioni, che sarà presentato l'8 aprile al Teatro della Pergola e che ha preso vita grazie al Comitato Nazionale per le manifestazioni per il bicentenario, nato grazie alla facoltà di Ingegneria dell'Università di Firenze.
Le manifestazioni si articolano in due parti; la prima (fino a giugno) intende ricordare la figura e l'opera del grande sanfredianino e offrire un momento di riflessione sul destino delle telecomunicazioni, mentre la seconda (settembre 2008-aprile 2009) è dedicata a iniziative per gli studenti delle scuole medie superiori e delle università della Toscana. Sempre alla Pergola, il 12 aprile, va in scena «In sua movenza è fermo », visita-spettacolo agli spazi nascosti del teatro: in omaggio a Meucci sarà di nuovo funzionante l'antica forgia con cui venivano costruiti i celebri «martelli da macchinista».
Il 13 aprile iniziano i festeggiamenti ufficiali, con la commemorazione nella casa natale, in via dei Serragli 44. Nella stessa giornata sarà apposta una targa in via Pellicceria, mentre a New York, al Garibaldi-Meucci Museum di Staten Island si terrà una cerimonia nell'ambito del mese della cultura italiana. Il 15, manifestazione di apertura nell'Aula Magna del Rettorato dell'Università di Firenze. Intervengono: Franco Angotti, Cesare Angotti e Giuseppe Pelosi. A fine giornata sarà proiettato il video «Antonio Meucci inventore», tratto dal ciclo «La Storia siamo noi» condotto da Gianni Minoli. Il 17 aprile sarà invece inaugurata la mostra «Scene dell'ingegno: la Pergola di Firenze ai tempi di Antonio Meucci, tra storia e tecnica » (in quegli anni in cui il progresso tecnico al servizio del palcoscenico faceva passi da gigante, Meucci lavorava al teatro come macchinista). L'esposizione offre un viaggio nell'evoluzione della scenotecnica ottocentesca. Ma gli appuntamenti in onore di Meucci non finiscono.
Il 18 aprile il convegno organizzato dalla Conferenza dei Presidi delle Facoltà di Ingegneria (Copi) e dall'Università di Firenze, al Salone degli Scheletri del Museo di Storia Naturale, in via Romana 17. Interverranno Giorgio Dragoni, Gabriele Falciasecca, Adriano Morando, Sigfrido Leschiutta. Dal 15 al 25 maggio il Museo di Storia Naturale organizza un percorso didattico sui luoghi del sapere tecnico-scientifico nella Firenze di primo Ottocento. Il 16 maggio, altro convegno, su «Comunicare nella Toscana degli anni giovanili di Antonio Meucci».
E ancora: il 20 e 21 maggio Paolo Galluzzi e Simonetta Soldani coordineranno una manifestazione su scienza e tecnica ai tempi dell'"ingegnere" fiorentino. Parleranno, fra gli altri, Luciano Segreto, Riccardo Ventrella, Cosimo Ceccuti. Il 16 giugno gran finale della prima parte del programma: convegno nell'aula magna del Rettorato in piazza S. Marco coordinato da Enrico Del Re e Roberto Zaccaria, sul futuro delle telecomunicazioni.
David Allegranti - 28/3/2008

giovedì 27 marzo 2008

Corriere. "Il verde alla scoperta dell'Isolotto"

Il '68 cattolico L'esperienza fiorentina di Alex Langer, «costruttore di ponti» San Cristoforo era la sua icona, ma lui non resse al peso della sua «missione»

Il traghettatore verde

Dal notiziario dell'Isolotto alla Lettera di Milani «Vengo a conoscere la variegata sinistra italiana»

Un «costruttore di ponti», un «traghettatore di speranza». Fra le tante definizioni coniate per ricordare Alexander Langer, queste due sembrano le più pregnanti. Due definizioni in grado di sopravvivere, insieme ai suoi scritti, a quella corda da montagna e a quell'albero di albicocco al Pian dei Giullari, a quel definitivo gesto con cui mise fine alla sua esistenza, un giorno d'estate del 1995. Giornalista (inviato e poi direttore di Lotta continua), traduttore (conosceva cinque lingue) e insegnante, Langer è stato infatti un grande sostenitore della convivenza interetnica, nonché fra i promotori, negli anni '80, dei Verdi in Italia e in Europa. E non a caso, nel '67 fondò una rivista e la chiamò Die Brucke, il ponte. Ebbe un rapporto duraturo e intenso con la Firenze di Ernesto Balducci, Giorgio La Pira, Enzo Enriques Agnoletti, Lorenzo Milani ed Enzo Mazzi.
In quella Firenze, all'epoca del «dissenso cattolico », studiò per prendersi la prima laurea, in giurisprudenza, e incontrò tanta gente. Da La Pira, suo professore di diritto romano, al prete- operaio Auro Giubbolini, a Marianne Andre, anziana ebrea austro-boema assieme alla quale tradusse in tedesco Lettera a una professoressa.
Furono persone del genere a fargli dire «in passato ho forse imparato di più dai libri. Nei tempi più recenti mi sembra di imparare di più dagli incontri».
Langer, nato in Sudtirolo, arrivò nel capoluogo toscano dopo la maturità. «Senza molta convinzione mi iscrivo a Giurisprudenza. Con molta convinzione vado a studiare a Firenze. Ci resto intensamente dal 1964 al 1967. Meno intensamente ci starò anche nel 1968. Non me ne pentirò mai. Sono gli anni del dialogo tra cattolici e marxisti. Vengo a conoscere la variegata sinistra italiana. Scopro in particolare la sua componente popolare». Così scriveva di se stesso sulla rivista Belfagor nel marzo 1986. Nel '68, all'età di 22 anni, Langer abitò per quasi un mese nei locali della parrocchia dell'Isolotto. Un ricordo di quel-l'esperienza l'ha raccontato Enzo Mazzi nel numero che Testimonianze ha dedicato, nel 2005, al decennale della morte del politico-impolitico di Sterzing-Vipiteno (che fra le altre cose, è stato il primo presidente del Gruppo Verde all'Europarlamento, nel 1989). «Contribuì fra l'altro – ha scritto don Mazzi – a far nascere il "Notiziario della Comunità dell'Isolotto". Non si contentava di collaborare alla redazione e alla faticosa stampa col ciclostile: dopo notti insonni, alle cinque del mattino prendeva il suo pacco di Notiziari per distribuirlo alla passerella, che attraversando l'Arno unisce l'Isolotto con le Cascine».
A Firenze incontrò anche Valeria Malcontenti, che in quel periodo studiava Scienze naturali e frequentava la Federazione Universitaria Cattolica Italiana. Si sposarono nel 1985. Oggi la professoressa Malcontenti insegna all'Itc Alessandro Volta di Bagno a Ripoli. «Mio marito ha avuto un lungo e significativo legame con Firenze – ha detto lo scorso ottobre, in una delle rare occasioni in cui ha accettato di parlare del suo compagno – e io sono molto grata a Sesto Fiorentino, la prima città della Toscana che gli dedica una strada».
Era un visionario, Alex Langer, uno che propugnava una continua «conversione» come antidoto alla burocratizzazione, all'indifferenza e alla fine dell'idealismo; fra le possibili conversioni, ne indicò/invocò una ecologica. Come ha scritto Mario Lupi – oggi presidente del gruppo Verdi in Regione – su Testimonianze, «la visione per cui non ha smesso un attimo di studiare e agitarsi era quella di una società globale dominata dalla tolleranza con l'obiettivo della convivenza». Nell'ultima parte della sua vita, la guerra dei Balcani fu la tragedia che più di ogni altra occupò il suo sforzo politico e di pace. L'ultimo dolore, dopo una vita passata a proporre soluzioni per «passare – come si legge in una sua lettera a San Cristoforo – dalla ricerca del superamento dei limiti ad un nuovo rispetto di essi e da una civiltà dell'artificializzazione sempre più spinta ad una ricoperta di semplicità e frugalità», arrivò a Langer nel maggio '95, quando venne escluso dalla candidatura a sindaco di Bolzano, per aver rifiutato, in occasione dei due precedenti censimenti, la dichiarazione di appartenenza etnica. Gli scritti (1961-1995) di Alexander Langer sono stati pubblicati da Sellerio in un libro intitolato Il viaggiatore leggero. A chiusura del volume c'è appunto la lettera del 1990 a San Cristoforo, «omone grande e grosso, robusto, barbuto e vecchio », guerriero diventato traghettatore che di solito viene raffigurato mentre porta sulle sue spalle il Cristo bambino, che a ogni passo si fa sempre più pesante.
Al contrario di Cristoforo, Langer non resse il peso del mondo che si era caricato sulle spalle e ne fu sopraffatto. Nel biglietto con cui si congedò, a 49 anni, scrisse: «I pesi mi sono divenuti davvero insostenibili, non ce la faccio più. Vi prego di perdonarmi tutti anche per questa mia dipartita. Un grazie a coloro che mi hanno aiutato ad andare avanti. Non rimane da parte mia alcuna amarezza nei confronti di coloro che hanno aggravato i miei problemi. "Venite a me, voi che siete stanchi ed oberati". Anche nell'accettare questo invito mi manca la forza. Così me ne vado più disperato che mai. Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto». C'è bisogno di altri ponti e altri traghettatori per far viaggiare la speranza.

David Allegranti 26/3/2008

mercoledì 19 marzo 2008

Corriere. "Tibet, la bandiera sbiadita dei pacifisti"

di DAVID ALLEGRANTI
Nel marzo del 2003, quando scoppiò la seconda guerra del Golfo, il motto dei pacifisti era: «Pace da tutti i balconi». Anche Firenze si riempì di bandiere arcobaleno. Lo slogan kennedyano «siamo tutti americani », tornato in voga dopo l'11 settembre, divenne «siamo tutti iracheni». Qualcuno disse pure: «siamo tutti antiamericani».
CONTINUA A PAGINA 6

Oggi la repressione cinese in Tibet sta occupando le prime pagine dei giornali. Matteo Mecacci (rappresentante del partito radicale transnazionale all'Onu a New York) domenica scorsa si chiedeva che fine hanno fatto i «pacifisti fiorentini che sventolano bandiere arcobaleno dalle finestre» e «perché a Firenze a nessuno viene mai in mente di protestare contro l'infamia di uccidere monaci». L'editoriale del Riformista di ieri, «Contro quelli che del Tibet se ne fregano», sosteneva che «tra di noi… ci sono molti "cinesi", persone per bene che però non vogliono guai, che sanno che la Cina è già una superpotenza… Poi ci sono gli "anti-americani", quelli che sarebbero pronti a tutto in nome di tutti i popoli angariati dall'altra e più cattiva superpotenza; ma non muovono un dito se non c'è occasione di bruciare una bandiera a stelle e strisce».
La sinistra toscana s'è fatta trovare un po' impreparata e nella giornata di ieri c'è stata una gran rincorsa al comunicato e alla dichiarazione sinotibetana d'urgenza. Il presidente della Regione Claudio Martini, che sabato ha condannato con una nota la repressione cinese della rivolta, sembra iscriversi al partito di quelli che al Tibet ci tengono. Per Martini si tratta di «una protesta che nasce per sensibilizzare l'opinione pubblica internazionale all'indipendenza del territorio al confine tra Cina e India nel momento in cui la Cina si appresta ad ospitare le Olimpiadi». Secondo il governatore, Pechino compie un errore «nel pensare che con la violenza si possa fermare le ragioni dei tibetani, così come dimostrano le vicende birmane. La pace può essere raggiunta solo attraverso il rispetto dell'altro e con il raggiungimento della libertà per un popolo oppresso ormai da troppi anni». Domani l'assessore regionale alla cultura Paolo Cocchi – insieme all'Orchestra Pucciniana e alla Fondazione Strozzi – partirà per la Cina. Nelle prossime settimane sarà a Pechino anche Giuseppe Bertolucci, assessore regionale alle politiche del mare, per una missione dedicata alle tematiche portuali. «Vogliamo valorizzare la cultura cinese e italiana ma anche quella tibetana, che non può essere nascosta», ha aggiunto ieri Martini, che ha invitato il Dalai Lama al Meeting di San Rossore 2009 (dedicato a Galileo e al dialogo tra scienza, cultura e pace).
Dice Ornella De Zordo, consigliere comunale di unaltracittà/unaltromondo: «È vero che finora non ci sono state posizioni ufficiali del movimento pacifista fiorentino. Il movimento per la pace non è un partito e lavora su tempi diversi. Si parla di boicottare o meno le Olimpiadi, come se fosse l'unico mezzo che a livello internazionale esiste per fare pressioni sul governo cinese. Dico che non ci sono solo le Olimpiadi, che pure devono essere usate come momento di denuncia e di pressione sul governo di Pechino. Faccio notare che esiste un commercio delle armi e che l'Italia, nonostante ci sia un embargo, nel 2005 ha venduto armi a Pechino per 400 mila euro. Ci sono molte forme di pressione sul governo cinese che possono essere fatte». Non si protesta soltanto con le bandiere appese ai balconi, dice la De Zordo. «Ci vogliono anche le sanzioni economiche. Da pacifista mi sento di dirlo: sono stanca di sentire parole di uomini politici che condannano la Cina a voce, ma poi non fanno niente per migliorare la situazione ». A chi parla? A Martini? «Insomma, non so quanto il governatore di una regione ne abbia la possibilità, però certo: bisogna iniziare a interrompere i rapporti commerciali con Pechino. Questo sarebbe un atto concreto. La Cina non rappresenta una realtà non democratica, questo mi pare sia molto chiaro al movimento pacifista. Però non accetto questa critica dal partito radicale, che si è svegliato sui fatti della Cina, in quanto a pace. Ognuno guardi in casa propria invece di criticare gli altri. Non è che io abbia visto moltissimi del partito radicale alle manifestazioni pacifiste fatte su altri fronti».
Patrizio Mecacci, ex segretario della sinistra giovanile e ora nella segreteria regionale del Pd, dice di sentirsi un pacifista.
Ma spiega: «Matteo Mecacci ha pienamente ragione, perché c'è un movimento per la pace che si è ripiegato su se stesso, attorno a logiche identitarie e, assumendo una dimensione settaria, ha perso di vista i problemi fondamentali del mondo. Ci sono tante begucce interne al movimento della pace e poca tensione sui grandi problemi globali. C'è una gara di autorivendicazione personale. Io ho conosciuto un altro movimento, con altre ambizioni, con una spinta diversa. Forse sarà colpa anche dello scenario politico nazionale, che obbliga a inseguire l'elettorato su temi di natura socio-economica. Ma di sicuro occorre rifondare il movimento per la pace».
Ieri pomeriggio, davanti al consolato cinese di via della Robbia, militanti del partito radicale hanno manifestato per sostenere il popolo tibetano e il Dalai Lama. Pd e sinistra arcobaleno – ammettono – non ne erano a conoscenza. Questo perché, dicono, «il partito radicale lavora un po' per conto suo». Ieri in consiglio comunale, durante la discussione di un ordine del giorno su Cina e Tibet, Giovanni Donzelli, consigliere comunale di An, ha presentato una mozione cui gli assessori Paolo Coggiola e Gianni Biagi avrebbero risposto - sostiene Donzelli - «mostrando il pugno chiuso e sfoggiando il simbolo della falce e martello». Una certa sinistra è riuscita ancora a farsi notare. Ce n'era bisogno?

David Allegranti - 18/3/2008

martedì 18 marzo 2008

Corriere. "La città degli invalidi al volante"

"Troppi disabili, i furbi si devono vergognare"

«Io non sono un medico, non sono un tecnico, però il dato di oltre 14 mila permessi per invalidi su 360 mila e passa abitanti di Firenze mi sembra eccessivo.
Secondo me, a Firenze, le persone che hanno gravissime difficoltà di deambulazione non sono più di 3-4 mila, e già mi sembrerebbe un numero elevato». A dirlo è Alessio Focardi, responsabile dell'Ufficio Disabili della camera del lavoro metropolitana di Firenze. «Notare bene: a Roma, che ha due milioni e mezzo di abitanti, il numero di contrassegni sale a poco più di 25 mila. C'è qualcosa che non torna, no? Direi che non c'è proporzione». Ottima la politica dei controlli a tappeto, aggiunge.
«È un bene — spiega Focardi — che il Comune faccia dei controlli.
Ovvio, ci sarà sempre qualcuno che se ne approfitta, però è bene che i furbi almeno si vergognino di quello che fanno: sfruttare la situazione della nonna o del cugino per andare in centro o usare le corsie preferenziali. Però, si poteva cominciare a farle prima queste verifiche». La ricetta, aggiunge Focardi, deve essere anche di «prevenzione culturale».
Bisogna aumentare il senso civico. Per esempio fare dei corsi nelle scuole, mettendo in evidenza le problematiche dei disabili. Per evitrare che i ragazzi lascino il motorino sul marciapiede o vicino alle rampe d'accesso per portatori di handicap».
D. Al. - 15/3/2008

giovedì 13 marzo 2008

Corriere. "La città è anche mia, non solo dei residenti" / "Quella non è musica e d'estate sono disperata"

Dibattiti Chiudere il centro alle auto, vietare gli alcolici, regolare i concerti. Basterà o è troppo?
Una notte non basta
Il Comune annuncia i nuovi orari ridotti della zona blu. Ed è scontro fra chi vuole divertirsi e chi vuole dormire

“A me, da cittadino di Firenze, piacerebbe che una persona del Comune spiegasse – se c’è – la motivazione vera e intelligente di questa Ztl notturna. Perché io davvero non riesco a capire il senso di questa cosa”. Il giovane scrittore Pietro Grossi, autore di “Pugni” e “L’acchito”, entrambi pubblicati da Sellerio, è furente: il centro, dice, deve essere di tutti, non solo di chi ci abita. “Mi diano una spiegazione ragionevole – spiega – altrimenti è solo un modo per raccattare quattrini. Altrimenti è una forma di tassazione occulta. Non vedo perché un cittadino che sta in centro debba essere più importante di uno che sta fuori. La città è anche mia e mi piacerebbe essere messo in condizione di poterla usare”. Grossi capisce i bisogni dei residenti, perché “non sono un cinico, però dico anche che la città non è solo loro. Ripeto, se c’è una motivazione di fondo che sta dietro tutte queste fastidiose politiche che riguardano il problema dei parcheggi o quello della circolazione, se c’è una logica coerente di gestione della città, ce lo dicano e valuteremo. Se non c’è, se lo pongano loro il problema. Perché noi cittadini ci siamo rotti le scatole di essere presi in giro e rapinati quotidianamente da queste imposte occulte. Con tutto l’affetto del mondo – conclude – non è colpa nostra se le amministrazioni non sanno come far quadrare i bilanci”.

D. Al. - 13 marzo 2008


“Ci vogliono più controlli”. A dirlo è Franca Falletti, direttrice della Galleria dell’Accademia. Dice di essere “inferocita”. Non vuole il silenzio assoluto per le vie della città, ma chiede un “ragionevole compromesso”. “Non voglio la città morta – dice – la voglio vivibile. Per questo ci vuole un maggiore controllo, perché, è vero, ci sono i giovani che si devono divertire, ci sono i gestori di bar o altri locali che devono lavorare, ma ci sono anche i residenti che abitano in centro, che già pagano un prezzo durissimo e che non guadagnano niente dalla grande massa di turismo che visita questa città. Non si può quasi più camminare per le nostre strade, veniamo travolti da questa massa di turisti. Quindi, siano considerate anche le nostre esigenze”. Di fatto, aggiunge, l’amministrazione qualcosa fa. “Cioni (Graziano, assessore alla polizia municipale, ndr) a volte dà dei segnali in questo senso, però ci vorrebbero molti più controlli, perché i vigili la notte non ci sono e i locali fanno quello che gli pare, fanno un casino orrendo. Nelle piazze i decibel superano di gran lunga il limite consentito”. I problemi aumentano nel periodo estivo, dice. “D’estate sono disperata, non ci vivo. Tutte le sere, dal 20 di maggio al 10 di settembre, sotto casa mia ci sono sempre 80 decibel di casino, perché a questo punto non si può più neanche chiamare musica”.
D. Al. - 13/3/2008



Corriere. "Giordano riparte da Sesto. E dal conflitto di classe"

Una bandiera della Palestina, i numeri di telefono dei giornalisti da contattare attaccati a un'asse di legno, una foto dell'ex patron Carlo Rinaldini, morto l'anno scorso, con la scritta «quest'uomo ha rovinato la Ginori», una bara di cartone con due date segnate sopra, 1735 — l'anno di fondazione della Richard Ginori — e 2006 — l'anno del tracollo. Segue, accanto al 2006, un punto interrogativo. Sta a significare: ci sarà ancora un futuro per l'azienda? Sono i residui della lotta sindacale (30 mila ore di sciopero) che ha migliorato, nel giro di due anni, la condizione della storica fabbrica di porcellane di Sesto Fiorentino. I rimasugli sembrano dei trofei e stanno nella stanzetta dove si riunisce la Rsu, rappresentanza sindacale unitaria.
È da quattro mura come queste che Franco Giordano, segretario di Rifondazione comunista e capolista alla Camera in Toscana per «la Sinistra l'Arcobaleno», fa partire la campagna elettorale fiorentina della cosiddetta sinistra radicale. Giordano — che incontra anche le rappresentanze sindacali di Telecom, Manetti&Roberts ed Electrolux — torna in viale Giulio Cesare dopo due anni dalla sua ultima visita, per vedere com'è cambiata la situazione e per tastare il polso all'elettorato operaio, che è deluso da come si sono messe le cose con Prodi.
«Il disincanto verso la politica c'è – spiega Giovanni Nencini, coordinatore della Rsu della Ginori e candidato al senato per il partito arcobaleno – però la nostra lista sta diventando un punto di riferimento per i lavoratori». D'altronde, il Pd candida i «padroni» nelle proprie liste: Massimo Calearo e Matteo Colaninno, per esempio. E l'equazione veltroniana, quella che mette sullo stesso piano imprenditori e lavoratori, da queste parti viene mal digerita. Dunque Giordano riceve adesioni quando rispolvera, con orgoglio, il «conflitto di classe». Senza il quale, spiega, la vicenda della Richard Ginori, passata dal quasi fallimento a una situazione, odierna, di «relativa tranquillità», non si sarebbe mai risolta (sono state fatte persino delle assunzioni, 20 circa). Alla Manetti&Roberts, invece, Giordano incontra un altro candidato al Senato della sua lista, Renzo Torrini, che fa parte, come Nencini, della Rsu. I lavoratori gli spiegano che il problema dell'azienda riguarda soprattutto il mercato, che è saturo. Il borotalco traina l'azienda, che va bene e non ha problemi, ma è tutto un problema di marketing.

David Allegranti - 13/3/2008

domenica 2 marzo 2008

Corriere. "Domenici contro Wikipedia"

Sindaco e Cioni chiedono i danni per diffamazione alla enciclopedia autogestita on line

La frase sotto accusa: «Le mogli nel Cda di Firenze Parcheggi»

Leonardo Domenici deve essersi imbattuto nella sua voce su Wikipedia, digitando il proprio nome su Google (che, per la cronaca, è al terzo posto). Ne è venuto fuori un putiferio. Domenici e l'assessore Graziano Cioni hanno infatti querelato Wikipedia «per diffamazione e calunnia». Sul sito dell'enciclopedia libera, alla voce Leonardo Domenici, si imputano al sindaco e alla sua giunta alcuni provvedimenti che «hanno suscitato critiche da parte della cittadinanza». Tra questi, viene citato «l'affidamento dei parcheggi cittadini alla società Firenze parcheggi del cui cda fanno parte le mogli di Domenici e dell'assessore Cioni » - fatto questo assolutamente falso, che ha già portato alla condanna in primo grado per diffamazione un commerciante sancascianese.
Su wikipedia, è possibile verificare l'origine della voce modificata. Tramite una ricerca del numero ip, codice identificativo di chi viaggia su internet, che è stato lasciato nella cronologia, è possibile risalire alla probabile ubicazione del computer dove è stata inserita la notizia falsa. E' possibile che si tratti di un pc della Biblioteca di Pedagogia di Firenze, che ha due sedi, una in via Magliabechi e l'altra in via Buonarroti. Occorre tenere presente però che l'enciclopedista-calunniatore di Wikipedia potrebbe aver camuffato il suo indirizzo di internet protocol e quindi potrebbe anche non trovarsi a Firenze. Già in altre occasioni Domenici e Cioni sono stati oggetto di menzogne, riguardanti le loro consorti, su presunte partecipazioni nell'azionariato di Firenze parcheggi.
Nella ricostruzione, chiaramente di parte, sono presenti critiche vicine alla sinistra dei movimenti dezordiana, come l'ordinanza anti lavavetri, ma anche delle altre opposizioni.
Nel 2006 un negoziante di San Casciano fu condannato in primo grado a pagare 1700 euro per aver diffamato Domenici e Cioni. Qualche anno prima, nel 2003, il commerciante si era infatti sfogato con una cassiera della banca dove era andato a pagare una multa comminatagli dai vigilini. «Il 65% di questi soldi vanno in tasca alla moglie del sindaco e il 35% al figlio dell'assessore Cioni », disse. In un'altra occasione un ignaro tassista insinuò altre falsità del solito tenore in presenza di due clienti, due donne, una delle quali si qualificò dicendo: «Basta così, ci dica quant'è la corsa, scendiamo qui. Sono la moglie di Cioni, ci vediamo in tribunale». Questa volta però potrebbe essere più difficile vedere in tribunale l'autore del taroccamento wikipedista.
D. Al - 1/3/2008

Corriere. "La rivoluzione mancata dell'Isolotto"

Sessantotto o 1967 più uno: comunque lo si chiami e (de)scriva con un'addizione per camuffarlo o con la maiuscola, come una pennellata d'assoluto sono trascorsi 8 lustri da quando s'accese la stagione cavalcata dall'«orda d'oro». E di '68 ce ne sono stati molti, tra cui uno cattolico, florido di passioni, idee e contrasti, e quello fiorentino è stato emblematico grazie al suo Isolotto e a Don Mazzi.

Quando il mondo era un Isolotto
Così la periferia fiorentina divenne un caso planetario: "Si mosse anche la Cia"


SEGUE DALLA PRIMA
E per farsi un'idea di quel clima da teologia della rivoluzione bisogna partire proprio dalla zona sud-ovest di Firenze, perché come ha scritto Roberto Beretta, l'Isolotto «è una delle migliori dimostrazioni di come e quanto il Sessantotto agì sui cattolici… perché la comunità toscana è l'esempio di come il Sessantotto spinse verso destini di forte contrapposizione alcuni gruppi già esistenti da tempo e fino ad allora tutt'altro che estremisti». L'Isolotto di quell'epoca è l'Isolotto di don Mazzi (e dei suoi scontri col cardinale Ermenegildo Florit), è la lettera di solidarietà al gruppo giovanile cattolico de «I protagonisti» che occupa la cattedrale di Parma; l'Isolotto è la sua piazza - il crocicchio della quotidianità - , è Alexander Langer che fa nottate, per un mese di fila, a redigere il notiziario; l'Isolotto è «Incontro a Cristo», il catechismo inviso alla gerarchia ecclesiastica, è il teologo d'avanguardia José María González Ruiz che solidarizza con la comunità e il suo parroco, cui la Curia e persino il papa, Paolo VI, chiedono un ravvedimento, per quella missiva parmense e quelle posizioni troppo eterodosse. «Se la Chiesa non si fa merda - diceva il teologo spagnolo è una merda di Chiesa». E questa certamente non si fece escremento, ma fu costretta a confrontarsi con l'utopia isolottana, che voleva rimettere al centro - scrive la Comunità nei suoi documenti - il «popolo di Dio», per una «Chiesa dei poveri».
C'è una parola che don Mazzi va ripetendo da anni, a proposito degli ideali sessantottini, ed è «speranza». Scrive nell'ultimo numero di MicroMega dedicato a quel momento tra mito e realtà: «Nel '68 ho fatto anch'io molte scoperte… ma una mi sembra che possa in qualche modo racchiudere tutte le altre: la gestazione planetaria della speranza». Che rimane oggi di quell'utopia? «Bisogna distinguere - dice oggi don Enzo Mazzi - due aspetti della realtà storica. Uno è contingente. Su quel piano lì, è stato rimangiato quasi tutto ciò che il 68 aveva conquistato. Però c'è un'altra dimensione della storia, che va misurata sulla base dei "segni dei tempi". Ecco, sul piano del paradigma di lunga scadenza, rimane tutto in piedi. L'anima profonda del '68 è ancora lì, sta ancora lavorando, in sottofondo». Speranza è parola che torna spesso nei discorsi di don Mazzi, perché, spiega, «io credo che essa sia l'anima profonda della storia nel suo complesso. Nel '68 abbiamo fatto un'esperienza che ci ha fatto vedere come questa gestazione della speranza avesse una dimensione davvero planetaria. Ritrovavamo i segni di quella gestazione in tutti gli angoli del pianeta. Perché lo possiamo dire, noi dell'Isolotto? Perché abbiamo avuto un'esposizione davvero globale».
Così internazionale, aggiunge, che persino Paolo VI si scomodò: «Nel dicembre 68, il Papa mi scrisse una lettera autografa, in cui mi diceva di andare da Florit per chiudere la vicenda. Il giorno dopo prendemmo due macchine e in dieci andammo a Roma, per parlare col Papa. Fummo ricevuti dal cardinal Benelli (Giovanni, ndr), che era il segretario di Stato, e che poi sarebbe venuto come vescovo dopo Florit qui a Firenze. Riuscii a parlare solo con lui, che mi disse di mettere fine alla vicenda. In Vaticano ricevevano lettere dai vescovi dell'Australia, dalla Nuova Zelanda, dall'America latina, per sapere cosa stava succedendo. Non mi disse che si era mossa anche la Cia». Il caso dell'Isolotto fu tanto planetario che il libro scritto dalla Comunità per la Laterza, «Isolotto 1954-1969», venne tradotto in francese, tedesco, spagnolo, portoghese. «Ci arrivarono migliaia di lettere e scoprimmo che di Isolotti era pieno il mondo», dice.
Gli abitanti della Comunità che hanno respirato quell'epoca sono animati dallo stesso spirito di don Mazzi. Un libro ricco di testimonianze sul Sessantotto isolottano è stato pubblicato nel 2000 da Centrolibro. «Si era venuti a stare all'Isolotto nel '55 - scrive un'abitante del quartiere, Nella Orsini - . Mi trovai subito bene nella parrocchia perché io venivo da una famiglia comunista. Il babbo aveva votato sempre così; anche la mamma, ma lei andava in chiesa. Diceva: la religione è una cosa, la politica un'altra. Anche io pensavo così, ma in questa chiesa le due cose mi parevano unite davvero, cioè la mia fede religiosa e la mia fede politica». Un altro isolottano, Giancarlo Zani, ricorda che già nel '65 quella parrocchia forniva molti stimoli. Scrive: «In chiesa, dopo cena, si approfondiva e si ragionava del Concilio e delle grandi speranze che doveva portare nella struttura ecclesiastica e nel modo di vivere il Vangelo. La parrocchia era un grande fermento di iniziative, si discuteva di tutto: dal catechismo al Vangelo. Era una grande palestra di aggregazione, incominciavano a conoscere le idee di ciascuno di noi». Oggi l'archivio storico della Comunità del-l'Isolotto è ricchissimo di foto, lettere, libri e documenti del genere; tutto stipato in una di quelle casette coi mattoni rossi, in via degli Aceri, che sono l'eredità residua di quel «grande rimescolamento» che, dice don Mazzi dopo aver richiuso gli schedari, «è stato la fine del medioevo che ci portavamo dietro». Il 1968, quando tutto il mondo era un Isolotto. (1. Continua)

David Allegranti - 1/3/2008

sabato 1 marzo 2008

Corriere. "E appena gira voce i furbi spariscono"

Piove ed è mercoledì: di invalidi su quattro ruote – falsi o veri che siano – il centro è meno gremito. Sono il venerdì e il sabato pomeriggio, ci dicono gli ispettori della polizia municipale, i giorni migliori per vedere all'opera gli usurpatori di permessi, quando lo shopping per le vie del centro stimola la trasgressione (che pare, dati alla mano, un effetto simile alla diuresi, tanto è incontenibile), quando la scarpa Prada trasforma il normodotato che viaggia sulle sue gambe in un contraffattore finto inabile. Giusto il tempo, beninteso, di attraversare le porte telematiche che presidiano il perimetro del centro cittadino. Il caso però è scoppiato, ci sono centocinquanta persone indagate per utilizzo abusivo di permesso per portatori di handicap. La voce che c'è un'inchiesta in corso magari si sarà pure sparsa. A giro però se ne trovano, e non poche, di macchine col cartoncino plastificato arancione, quello con l'ologramma che sembra essere diventato un prezioso passepartout di contrabbando per sfuggire a ztl e telecamere, una passaporta à la Harry Potter per entrare magicamente nelle vie fashion-strategiche di Firenze. In piazza Strozzi, zona ambita dai portatori non di handicap ma di contrassegni falsi, ci sono i lavori. Quindi niente sosta selvaggia. Prendiamo però via Cavour, che non è fashion ma di sicuro è strategica. Alle 16: 55 di ieri, su cinquanta macchine parcheggiate contate, ben diciassette tenevano sul cruscotto la figura stilizzata di un uomo in carrozzella. Dal pandino alla station wagon, dalla berlina al monovolume, tutte in fila, alternate alle auto dei residenti e a quelle dei gruppi consolari. Senza dimenticare, ovvio, chi non ha manco un tagliando e si fa bastare il santino della Madonna a proteggerlo dalle multe.
All'inizio di via Cavour, un signore alla guida di un minivan è dotato del magico cartoncino. Imbocca in maniera decisa la strada, poi però si ferma, poco prima degli occhi elettronici. Mica l'avranno informato in quel momento delle indagini, dei cinque anni di reclusione che rischierebbe e della multa da 1.549 euro che potrebbero infliggergli, se fosse un trasgressore? Tentiamo di raggiungerlo, ma poi se ne va, incalzato da un'altra macchina dietro che non ha il tagliando, ma ha fretta. Mannaggia, era l'unico – altri non ne abbiamo trovati: le voci di indagini poliziottesche corrono – al quale chiedere, un po' come fanno i vigili, di darci prova del suo status. 17:20. Via dei Servi, poco distante, offre uno spettacolo più simmetrico. Su ventinove macchine, tredici hanno il cartoncino. Ci sono altre automobili col foglio dei residenti e un'altra macchina che appartiene a un gruppo consolare. Ecco, forse abbiamo trovato quello che stavamo cercando: una Bmw coi purosangue nel motore, una di quelle che, insieme ai suv, pare vadano di gran moda fra i falsi invalidi del sabato pomeriggio.
Però questa non ha niente, manco il santino. A lui forse vigili o vigilini faranno la multa. I diversamente furbi invece questa settimana potranno starsene tranquilli. E soprattutto non dovranno inventarsi memorabili scuse, come quella raccontata dal tizio che, colto in flagrante dalla Municipa-le, ha detto di essere andato «a prendere mio padre» (peccato che il padre fosse morto due anni prima e che la vigilessa ne fosse al corrente). Potranno stare tranquilli, perché gli uomini in borghese della Polizia Municipale, che hanno creato un database contenente tutti i permessi (tutti catalogati in modo da incrociare i dati e verificarne l'uso o l'abuso), non sono usciti «in missione » e lo faranno solo fra nove-dieci giorni. Giusto per dare il tempo ai falsari di fotocopiarsi qualche altro permesso.
David Allegranti - 28/2/2008

Corriere. "Poggi, il fiorentino con tre maglie"

Un grande tifoso col cuore gigliato diviso a metà fra il cinema e il pallone; un imprenditore attaccato in maniera viscerale alla casacca viola della Fiorentina, quella bianca dei calcianti di Santo Spirito e quella biancorossa della Rondinella. Se n'è andato a 79 anni, dopo una lunga malattia, l'appassionato Ugo Poggi, che per due dolorosissimi mesi fu presidente di quella Fiorentina che retrocesse e fallì, sprofondando in serie C; era il 2002, l'anno più difficile della storia viola, l'anno del penultimo posto in campionato, l'anno che segnò la fine dell'epoca Cecchi Gori.
Un sanfredianino sanguigno, Poggi, uno che «non le mandava a dire» - come ripetono in queste ore i tifosi viola - , simbolo di un calcio che oggi non c'è più, un calcio più trasparente, con più divertimento e meno quattrini. Era così sanguigno che una volta fu pure multato dalla Lega Calcio, per aver solidarizzato troppo con gli ultrà fiorentini. I quali, in quei mesi tormentati, se ne andavano a giro con una maglietta con la scritta «indegni». «Se volete - disse lui in una trasmissione radiofonica sono pronto ad aiutarvi a distribuire le maglie ai calciatori, perché tra loro ci sono alcuni uomini, come Di Livio, ma anche alcuni stronzi». Divenne celebre, poi, il suo manrovescio al giornalista Massimo Sandrelli. E non si fece problemi a biasimare pubblicamente Nuno Gomes e Marco Rossi, quando chiesero la rescissione del contratto. «Hanno agito così - disse Poggi - per 50 milioni di lire, spero che cambino idea. Gomes è un grande giocatore, ma il suo connazionale Rui Costa una cosa del genere non l'avrebbe mai fatta».
Imprenditore cinematografico, Poggi ricoprì a lungo la carica di vicepresidente della società viola, dal '93 al 2000, dopo essere stato anche presidente della Rondinella, la seconda squadra di calcio di Firenze. Due anni dopo l'abbandono non seppe dire di no a Vittorio Cecchi Gori e sua mamma Valeria, che gli chiesero di tornare, questa volta nelle vesti di massimo dirigente. «Sarò un incosciente, ma se ho deciso di accettare l'incarico l'ho fatto per amore nei confronti di Firenze e della Fiorentina », furono le sue prime parole da presidente.
«Quando era vicepresidente, e io ricoprivo una carica importante nella società viola, stavamo molto insieme, soffrendo e gioendo per la nostra Fiorentina», ha ricordato ieri Giancarlo Antognoni ai microfoni di Radio Blu. «Ha sofferto le vicende negative della società più di altre persone, visto quanto era attaccato alla maglia viola e ne ha risentito in prima persona», ha aggiunto. Sarebbe stato facile per tanti, ma non per lui, dire a Cecchi Gori: «No, grazie». Ma non è mai stato un voltagabbana, Ugo Poggi. Per questo in tanti lo rimpiangono e dicono che è scomparso ciò che teneva insieme le due metà dell'universo pallonaro di Firenze, quello giocato all'Artemio Franchi e quello sangue e merda in piazza Santa Croce; per questo i lettori di Fiorentina. it dicono che è sparito «l'anello (ormai) mancante tra calcio e calcio storico», un «uomo che per la Fiorentina ha fatto tanto, accollandosi i problemi di una scriteriata gestione e mollando quando la barca era oramai affondata». Per questo, insomma, i sostenitori viola scrivono che era un «tifoso verace», uno che s'è sobbarcato i guai del «laureato cotonato », cioè VCG.
I funerali si svolgeranno oggi pomeriggio, alle 14, nella parrocchia di San Frediano in Cestello, in piazza del Cestello. Noi intanto lo salutiamo da queste colonne, ricordandolo sopra tutto per la sua schiettezza. Non sembri quindi una mancanza di rispetto se ci uniamo all'addio affettuoso dei tifosi su internet: «Bona Ugo».
David Allegranti - 27/2/2008

Corriere. "Il ring eccellente delle europee"

Ha tutto ciò che occorre per autoinvitarsi (quasi) ovunque. Massì, pure al Parlamento europeo. Il cellulare fico, un Motorola V3, il sorriso sornione e quell'aria da cinquantenne che non vuole invecchiare, in giacca e camicia sbottonata, senza cravatta. Leonardo Domenici, manco fosse un Baricco qualunque, di recente ha anche scoperto la boxe, passione che gli è stata trasmessa da giovane dal nonno pugile.

SEGUE DALLA PRIMA
L'autocandidatura è arrivata a mezzo stampa. In un'intervista a Repubblica (23 febbraio), LD ha parlato del suo futuro politico-elettorale. Alla domanda se Claudio Martini, che vorrebbe presentarsi in Europa, possa stare tranquillo, il sindaco ha detto che il governatore «è un vero amico, fra me e lui mai stati problemi. Lui però scade nel 2010 mentre le elezioni europee arriveranno nel 2009».
E ha aggiunto, per non lasciare dubbi: «Quella europea potrebbe essere una bella esperienza. D'altra parte si può contribuire al Pd da Bruxelles, da Roma o anche da Firenze». D'altra parte, il centrosinistra rischia seriamente di perdere le elezioni politiche del 13 e 14 aprile. D'altra parte, il secondo mandato di Domenici scade fra dieci mesi. D'altra parte, il boxeur di Palazzo Vecchio sembra aver già esaurito un bel po' di ruoli, visto che non si può ricandidare a sindaco e che non si è candidato alla Camera né al Senato (come forse per un po' ha desiderato, anche se lui sostiene che la decisione è stata sua). I rischi sono dunque ben calcolati: LD ha fatto il sindaco per due volte di seguito, se vince Berlusconi non ci sono ministeri né sottosegretariati da occupare, chi glielo fa fare di andare in pensione a cinquant'anni?
In più, casomai volesse proporsi alla presidenza della Regione, dovrebbe affrontare parecchio fuoco amico e si ritroverebbe l'ostilità di Rifondazione. «Meglio un democristiano che Domenici », dicono i rifondaroli nei corridoi del parlamento regionale, che mai hanno digerito l'esclusione nella giunta fiorentina. Il Prc nel 2007 è invece riuscito ad ottenere un'intesa con Martini — cui piace ricordare di essere stato un sessantottino e che è certamente più vicino ai movimenti di quanto lo sia il sindaco — facendo nominare Eugenio Baronti assessore alla ricerca, all'università, alla casa. In Palazzo Vecchio no, non c'è mai stata concordanza politica fra riformisti e sinistra negli ultimi nove anni. Meglio allora finire il mandato di sindaco e partire per Strasburgo, da dove peraltro potrebbe tornare l'ex margheritico Lapo Pistelli, europarlamentare Pd e vicepresidente dell'Alde (Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l'Europa), per correre alle amministrative del 2009. Un'ipotesi che però non piace a LD.
Il paradosso di questa situazione è che il curriculum politico di Martini è più europeo di quello di Domenici: è membro del comitato delle regioni dell'UE, presidente della conferenza delle regioni periferiche marittime d'Europa, rappresentante del comitato delle regioni nella convenzione europea che ha fatto nascere la nuova costituzione dell'Unione, vicepresidente del gruppo socialista del comitato delle regioni, membro effettivo della presidenza del Partito socialista europeo, presidente del Forum delle reti delle regioni del mondo e, dalla settimana scorsa, anche presidente della commissione affari costituzionali del Comitato delle regioni.
In teoria sarebbe lui il candidato ideale all'assemblea di Strasburgo, con i suoi libri waltermondialisti, tra i quali l'ultimo, del 2005, sui mutamenti climatici, "Cambiare aria al mondo". E non è da uno come Martini che ci si aspetterebbe di sentire l'obamiano e ormai inflazionato «Yes, we can»?
Inoltre, quanto a popolarità, il governatore se la passa meglio di tanti suoi colleghi. Secondo un sondaggio di Ekma, Martini sarebbe in quinta posizione per consenso (54.6%) nella classifica dei governatori italiani, con Roberto Formigoni al primo posto (Lombardia, 61.3) e Riccardo Illy (Friuli, 59.3) al secondo. Sarebbe grottesco se alle Europee il Pd candidasse davvero Antonio Bassolino (40% di popolarità, per la cronaca).
La scelta di Domenici di non includere in giunta la sinistra movimentista si rivela però, adesso, in sintonia con la decisione veltroniana di non creare un'altra coalizione-guazzabuglio come quella guidata da Romano Prodi. La giunta di Firenze, amministrata da un dalemiano, d'un tratto s'è ritrovata più veltroniana di quella di Martini. Colpo di fortuna o abilità politica? Poco importa, a LD, che una volta definì «provinciali » i suoi concittadini per le proteste nate attorno alla tramvia e che, appunto, di tutto questo provincialismo s'è scocciato. Il boxeur di Palazzo Vecchio guarda all'Europa e sembra dire solo: toccherà al nuovo sindaco trovare un accordo con la sinistra arcobaleno. D'altra parte, scusatemi, io ho i guantoni da mettere in valigia.
David Allegranti – 26/2/2008